CRONACA DI P. ORAZIO RACCONTANDO IL SUO ARRIVO IN TANZANIA-USHETU

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19/10/2017
P. Orazio
Arrivato ad Ushetu (Kahama-Tanzania) il 5 ottobre, dopo una settimana, anche se certamente conosco poco di questa terra, vale la pena descrivere un po’ ciò che più mi ha colpito della gente di qui.

Arrivato ad Ushetu (Kahama-Tanzania) il 5 ottobre, dopo una settimana, anche se certamente conosco poco di questa terra, vale la pena descrivere un po’ ciò che più mi ha colpito della gente di qui.
Ushetu è un piccolo villaggio di 4000 abitanti (in realtà il villaggio in cui viviamo si chiama Ibelansuha, e Ushetu comprende tutto l’esteso territorio della parrocchia), al centro del quale si trova la chiesa e la comunità di missionari (IVE, quattro sacerdoti), e poco distante la comunità delle suore Serve del Signore e della Vergine di Matará (cinque in totale). A loro, oltre che queste 4000 persone, sono affidate altre 80000 anime che vivono nel vastissimo territorio della parrocchia (2400 Km2).
Circa la metà di queste persone sono cristiane e le altre pagane in maggioranza pagane e alcune musulmane.

Le persone sono naturalmente timide, discrete, non abituate al contatto con gli stranieri (praticamente soltanto con i missionari e i volontari): di solito, salutando il nuovo missionario, dopo una energica stretta di mano e un allegro sorriso, abbassano timidamente lo sguardo.
Si sostentano con quello che loro stessi riescono a produrre nel proprio pezzettino di terreno, nel quale si trova anche la loro casa, solitamente costruita con fango e tetto di paglia.
Ogni volta che i missionari percorrono in auto le strade, e quindi anche quella volta in cui sono arrivato a Ushetu, si sentono fortissime le grida dei bambini: “Padriii, Pipiii!!!” (“Padre, le caramelle!!!!”); che i missionari spesso danno loro. Così, percorrendo quelle strade, si hanno vicini quei bambini che ricevono sorridenti e contentissimi la caramella, e si vede purtroppo come tutti siano mal vestiti e come anche alcuni portino in volto o in testa qualche piaga, infiammazione o funghi che la loro madre non riesce a guarire con i poveri mezzi a disposizione.
Tre giorni fa un bambino di due anni di Ushetu è morto nel piccola infermeria delle suore (che in realtà si è costretti a far funzionare come un grande ospedale) in seguito ad una grave anemia, e la settimana scorsa un altro è morto colpito da una forte febbre malarica. In questa infermeria le suore ricevono malati giorno e notte, compiendo quella che il Beato Clemente Vismara chiamava “la stessa opera degli apostoli, che predicavano il Vangelo e curavano le malattie; ma con la differenza che loro curavano con i miracoli e noi con le medicine”.
Anche dell’educazione dei bambini le suore si prendono cura, tenendo una scuola frequentata da circa 70 bambini.
Una suora mi disse che, essendo questa scuola cattolica, ogni studente è costretto a pagare 2700 Shilingi ogni semestre alla diocesi. Al ché io dissi alla suora “È un euro!” - volendo dire con questo che mi sembrava molto poco (secondo la mia mentalità europea) e che secondo me chiunque pagherebbe un euro per far studiare suo figlio -; “la maggior parte non ha questo euro” - mi disse la suora senza aggiungere altro -. Così compresi che la scuola di Ushetu è ancora frequentata da bambini perché in questi anni sono state le suore a trovare, non solo i gli aiuti per costruire e ampliare la scuola, per pagare i professori, ma anche quelli per pagare le tasse degli alunni.
Riguardo alla mancanza dei beni di primaria importanza, posso raccontare che visitando alcuni villaggi più poveri abbiamo incontrato tre donne sedute da 6 ore sotto un albero ad aspettare che da un buco nel suolo profondo circa 2 metri affiorasse dell’acqua. Pur essendo acqua da filtrare da fango ed erba e che sarebbe comunque rimasta sporca, quella era l’unica che potevano avere e che sarebbe dovuta servire per tutta la famiglia. Per questo i nostri sacerdoti hanno già fatto scavare un pozzo di acqua ad Ushetu ed hanno chiesto aiuto ad una associazione affinché ne fossero scavati altri, per dare, almeno ad alcune persone, della buona acqua.
Chiaramente il missionario, dovendosi dedicare anche all’attività di aiuto materiale della gente eleva questa attività, la innalza per darle un valore soprannaturale ed eterno. Ogni aiuto alla gente diventa occasione per predicare il vangelo, per far conoscere Gesù Cristo, per mostrare che la chiesa cattolica, che invia i missionari, è quella che Gesù ha fondato ed alla quale ha detto: “amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli” (Gv 13,34-35).
A queste attività si sommano tutte le normali attività parrocchiali: messe, battesimi, prime comunioni, oratorio, ecc…. direttamente mirate ad alimentare ed accrescere la fede.
Questa fede ad Ushetu è una fede giovane, arrivata circa 80 anni fa grazie alla predicazione dei missionari e dopo di padri diocesani, e di essa si vedono le opere da subito, appena si arriva nel villaggio.
Basti pensare che appena i fedeli hanno saputo che il nuovo padre missionario stava per arrivare si sono riuniti e mi hanno accolto con canti e balli.
A questi festeggiamenti sono seguiti quelli più solenni, domenica in chiesa. Alla fine della Santa Messa mi hanno fatto sedere davanti all’altare e tutti a turno si sono avvicinati a stringere la mano al missionario, ringraziandolo per essere venuto e anche assicurandogli le proprie preghiere, dimostrando così di sapere quanto sia importante la presenza di un sacerdote. Accanto a me hanno messo una piccola scodella nella quale i fedeli deponevano delle offerte destinate al missionario, come regalo di benvenuto. Vedendo quella povera gente che generosamente offriva quel poco che aveva, si sentiva un po’ di vergogna, veniva quasi da dire di non farlo, che non c’era bisogno di mettere quell’offerta. Ma non si poteva… sarebbe sembrato un gesto di ingratitudine nei loro riguardi. Ma poi, dopo qualche minuto, mi consolò il pensiero che quel denaro poteva essere usato per la gente stessa.

Sia domenica che giovedì si fa oratorio, al quale partecipano circa un centinaio di bambini. Per iniziare si prega il rosario in chiesa, e mentre pregavamo, accanto a me si mise un bambino di 10 anni. Quando arrivò si mise in ginocchio e poi, pur potendo sedersi, rimase così per tutti i 30 minuti del rosario, appoggiando di tanto in tanto soltanto le punte delle dita delle mani nella panca davanti a lui, per tenersi in equilibrio e alleggerire, seppur di poco, il peso dalle piccole ginocchia. E così, guardandomi intorno, vidi che non era neanche l’unico bambino che pregava in questa posizione per voler fare un miglior atto di riverenza alla Madonna.

Mi ha anche colpito l’esempio delle Watoto wa Yesu, delle bambine che con dei balli liturgici animano la Santa Messa.
In una messa solenne con il Vescovo durata 5 ore, le ho viste ballare sotto il caldo sole africano, asciugandosi di tanto in tanto il sudore dalla fronte, ma sempre ballando e cantando con forza per lodare Dio.

Ma tra le opere che dimostrano la fede di questo popolo la più grande, e quella destinata anche a produrre molti altri frutti, è quella dei giovani che consacrano la propria vita a Dio. Ad Ushetu ne ho potuto conoscere vari, che grazie anche all’aiuto e alla direzione spirituale dei padri che si trovano qui hanno donano la vita a Dio, seguendo la propria vocazione sia nel nostro Istituto sia in altri Istituti religiosi.

Così, già in una settimana in questa terra che il padre Diego Cano chiama “il sogno di ogni missionario”, ho visto cose molto incoraggianti, che mi fanno comprendere perché Gesù ha detto ai suoi apostoli: “vi ho costituito perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga” (Gv 15,16).

E le difficoltà? Riguardo alle difficoltà non ci si può illudere che non ce ne saranno, giacché ogni missione comporta le sue sfide. Ma insieme a questa certezza, c’è anche quella che tutte le difficoltà della missione non saranno mai tanto grandi da soffocare la parola di Cristo che promette di darci il centuplo di quello che abbiamo lasciato per Lui, insieme alla vita eterna.